Bollicine in libertà

La truffaldina teleologia delle tasse sulle bevande gassate, dolcificate o dimezzate (a seconda che si consideri il modello italiano, francese o newyorchese) per indurre il trionfo del bene collettivo sul male che il singolo infligge a se stesso ha il sapore poco zuccheroso di un paternalismo orientato più che altro al bene delle casse dello stato, come ha osservato Piero Ostellino ieri sul Corriere con copiosi argomenti liberali.
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La truffaldina teleologia delle tasse sulle bevande gassate, dolcificate o dimezzate (a seconda che si consideri il modello italiano, francese o newyorchese) per indurre il trionfo del bene collettivo sul male che il singolo infligge a se stesso ha il sapore poco zuccheroso di un paternalismo orientato più che altro al bene delle casse dello stato, come ha osservato Piero Ostellino ieri sul Corriere con copiosi argomenti liberali. Il problema dei vari disegni di legge che mirano a ridurre l’accesso a bibite che danneggiano la salute dei cittadini – questa la ratio addotta da promotori ed estensori – è che una volta applicati tendono a funzionare benissimo. Il galtiano moto di ribellione a uno stato che entra negli scaffali del supermercato e fa sparire la Sprite in nome del vitello d’oro della salute ha una vita piuttosto breve, dopo di che scatta il meccanismo del “default bias”, la naturale preferenza per l’opzione più ovvia, quella standard, che James Surowiecki ha esplorato qualche settimana fa sul New Yorker. Si parte con la crociata per la libertà di scelta e si finisce con il desiderare quel che passa lo stato.
L’osservazione di Surowiecki si applica meravigliosamente bene alla proposta del sindaco di New York, Michael Blosomberg, di mettere un tetto alla misura delle bevande zuccherate, ma vale anche per chi, come il ministro della Salute, Renato Balduzzi, invece di un divieto vincolante invoca una tassa deterrente. Bloomberg non vuole vedere nella sua città nessuna bottiglia o bicchiere di capienza superiore al mezzo litro, misura con la quale un’ampia fascia di americani si bagna appena le labbra. Contro il “nanny state” del sindaco che dopo avere limitato lo zucchero, falcidiato il sale, sterminato il fumo anche all’aperto dichiara guerra alle bevande zuccherate s’è scatenato un ampio lancio di pomodori (bio), con una fetta di opinion maker democratici schierati a fianco dei libertari più agguerriti. Il comico Stephen Colbert, tanto per dirne uno, ha detto che vuole una “bibita così grande che James Cameron ne possa esplorare i fondali”. Il divieto bloomberghiano è tecnicamente molto facile da aggirare: chi vuole una Coca-Cola da quattro litri può sempre comprare otto bottiglie da mezzo litro, nessuno può impedirglielo. Ma, spiega Surowiecki, “se offri una scelta in cui una delle opzioni è presentata come quella standard, la maggioranza delle persone sceglierà la versione standard. La gente che è automaticamente iscritta a un piano pensionistico tende a rimanere iscritta a quello anche se il passaggio a un altro piano potrebbe essere più conveniente. Nei paesi in cui le persone devono esprimere una preferenza per la donazione degli organi, i donatori non sono la maggioranza, ma in quelli dove la gente deve esprimere la preferenza se non vuole essere un donatore, la maggioranza dona gli organi”. Insomma: la soluzione di default, quella che implica lo sforzo minore, è sempre la preferita, e chi ha voglia di un bicchiere da due litri tende a modellare il suo desiderio sulla misura che è disponibile dietro il bancone. E se ne va al cinema con la sua bottiglia da mezzo litro benedetta da Bloomberg. Il “default bias” è l’ospite dimenticato nei dibattiti sulle paternalistiche limitazioni o sovrattasse sulle cose che fanno male, dalle sigarette all’aspartame all’addizione di anidride carbonica, ed è una dimenticanza piuttosto rilevante, dato che il pregiudizio positivo verso l’opzione automatica, di default, è quello che rende queste leggi neo paternalistiche terribilmente efficaci.